Che Pasolini abbia avuto uno storico rapporto con Monteverde è risaputo. Ne parla diffusamente Luciana Capitolo nel libro “Un giorno nei secoli tornerà aprile“. E Trastevere?
Immaginiamo che possa essere capitato che, scendendo da Via Carini per andare al centro di Roma, da Trastevere ci sia passato.
Un pannello in Piazza di Sant’Egidio riporta i versi di una poesia del 1961, “Serata Romana” ( La religione del mio tempo. Garzanti, 1961) che sembra raccontare questa passeggiata: trasmettendone le luci, gli odori, restituendo una sensazione quasi tattile di pietre e di polvere.
Basta: è una poesia che va letta. Oppure ascoltata dalla voce di Ilaria D’Agata.
Dove vai per le strade di Roma,
sui filobus o tram in cui la gente,
ritorna? In fretta, ossesso, come,
ti aspettasse il lavoro paziente,
da cui a quest’ora gli altri rincasano?
E’ il primo dopocena, quando il vento,
sa di calde miserie familiari,
perse nelle mille cucine, nelle,
lunghe strade illuminate,
su cui più chiare spiano le stelle.
Nel quartiere borghese, c’è la pace,
di cui ognuno dentro si contenta,
anche vilmente, e di cui vorrebbe,
piena ogni sera della sua esistenza.
Ah , essere diverso – in un mondo che pure,
è in colpa – significa non essere innocente…
Va, scendi, lungo le svolte oscure,
del viale che porta a Trastevere:
ecco, ferma e sconvolta, come,
dissepolta da un fango di altri evi,
a farsi godere da chi può strappare,
un giorno ancora alla morte e al dolore,
ha ai tuoi piedi Roma…
Scendo, attraverso Ponte Garibaldi,
seguo la spalletta con le nocche,
contro l’orlo rosicchiato della pietra,
dura nel tepore che la notte,
teneramente fiata, sulla volta,
dei caldi platani. Lastre d’una smorta,
sequenza, sull’altra sponda, empiono,
il cielo di lavato, plumbei, piatti,
gli attici dei caseggiati giallastri.
E io guardo, camminando per i lastrici,
slabbrati, d’osso, o meglio odoro,
prosaico ed ebreo – punteggiato d’astri,
invecchiati e di finestre sonore
il grande rione familiare:
la buia estate lo indora,
umida, tra le sporche zaffate,
che il vento piovendo dai laziali,
prati spande su rotaie e facciate.
E come odora, nel caldo, così pieno,
da esser esso stesso spazio,
il muraglione, qui sotto:
da ponte Sublicio fino sul Gianicolo,
il fetore si mescola all’ebbrezza,
della vita che non è vita.
Impuri segni che di qui sono passati,
vecchi ubriachi di Ponte, antiche,
prostitute, frotte di sbandata,
ragazzaglia: impure tracce,
umane che, umanamente infette,
son lì a dire, violente e quiete,
questi uomini, i loro bassi diletti
innocenti, le loro misere mete.
Serata Romana, 1961.